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mercoledì 21 agosto 2013

Dumas, La signora delle camelie

Un giorno, un giovane passa per una strada, sfiora una donna, la guarda, si volta, prosegue. Non conosce quella donna, che ha piaceri, preoccupazioni, amori, che non lo riguardano minimamente. Per lei, egli non esiste, e, se le parlasse, si burlerebbe di lui come Marguerite aveva fatto con me. Passano settimane, mesi, anni, e improvvisamente, dopo che ognuno di loro ha seguito per vie diverse il suo destino, la logica del caso li riporta uno di fronte all'altra. Quella donna diventa l'amante di quell'uomo, e lo ama. Come? Perché? Le loro due vite ne fanno una sola; appena l'intimità comincia a nascere, sembra loro che ci sia sempre stata, e tutto quello che è accaduto prima si cancella dalla memoria dei due amanti.

[Alexandre Dumas, La signora delle camelie. Traduzione di Luisa Collodi]


 

giovedì 18 aprile 2013

Boyd, A Good Man In Africa

Sentì sul braccio la mano di Priscilla. «È tutto a posto, vero, Morgan?». Sembrava preoccupata e lui ne era colpito. Lanciò uno sguardo a Dalmire che chiacchierava con Jones, e poi guardò di nuovo Priscilla, soffermandosi sulla frangia lucida, sul naso sciocco, sul seno meraviglioso come se fosse la prima volta. L’amore riverberò nel suo cuore come un’esplosione di napalm: un amore stupido, irrazionale, indotto dall’alcol che aveva ben poco a che fare con il sentimento scritto con la A maiuscola. Pensò: se solo potesse averla, in un modo o nell’altro, prima che lei e Dalmire si fossero sposati, be’, allora tutto sembrerebbe più giusto, più equo e corretto. La mano era ancora sul suo braccio, Morgan poggiò la sua su quella di lei.


William Boyd, A Good Man In Africa
[Traduzione di Annie and the cherry]

lunedì 1 aprile 2013

L'albatros

Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d'amore.


Alda Merini


mercoledì 27 marzo 2013

Auster, Man in the Dark #3


When was the first time you saw her?
April fourth, nineteen fifty-five –- at two-thirty in the afternoon.
For real?
For real.
Where were you?
Broadway. Broadway and One Hundred-fifteenth Street, walking uptown on my way to Butler Library. Sonia went to Juilliard, which was near Columbia at the time, and she was walking downtown. I must have spotted her about half a block away, probably because she was wearing a red coat –- red jumps out at you, especially on a city street, with nothing but drab bricks and stones in the background. So I catch sight of the red coat coming toward me, and then I see that the person wearing the coat is a short girl with dark hair. […] Her head is bobbing around a little bit, as if she’s humming to herself, and that there’s a certain bounce to her step, a lightness in the way she moves, and I say to myself, This girl is happy, happy to be alive and walking down the street in the crisp, sun-drenched air of early spring. A few seconds later, her face begins to acquire more definition, and I see that she’s wearing bright red lipstick, and then, as the distance between us continues to narrow, I simultaneously absorb two important facts. One: that she is indeed humming to herself –- a Mozart aria, I think, but can’t be certain –- and not only is she humming, she has the voice of a real singer. Two: that she’s sublimely attractive, perhaps even beautiful, and that my heart is about to stop beating.

Paul Auster, Man in the Dark



sabato 23 marzo 2013

Guardami

I sottili lacci di fumo
che si dipanano dalle tue pupille
disegnano nell'aria azzurre spirali.
Sfiorando la mia pelle
mi avviluppano in un vortice di trame irregolari.
Si estingue in un fiato il mio grido disperato
sognante
mi avvolgo nel tepore spento
di un amore immaginato.


Saffo


sabato 16 marzo 2013

Raccoglimi

Vieni
inseguimi tra i cunicoli della mia mente
tastando al buio gli spigoli acuti delle mie paure.
Trovami nell'angolo più nero
osservami.
Raccoglimi dolcemente scrollando la polvere dai miei vestiti.
Io ti seguirò.
Ovunque


Saffo

 
 

lunedì 11 marzo 2013

Auster, Man in the Dark #2


Noriko se ne sta seduta tutta sola, fissando nel vuoto con sguardo assente, la mente altrove. Passano alcuni istanti e poi lei solleva dal grembo l’orologio della suocera. Apre lo sportellino e d’improvviso sentiamo la lancetta ticchettare muovendosi nel quadrante. Noriko continua a esaminare l’orologio, l’espressione sul suo volto d’un tratto triste e contemplativa, e mentre guardiamo con lei l’orologio sul palmo della mano abbiamo la sensazione di guardare il tempo stesso, il tempo che avanza veloce mentre il treno avanza veloce, spingendoci in avanti dentro alla vita e poi dentro a più vita ancora, ma anche il tempo come passato, il passato della suocera ormai morta, il passato di Noriko, il passato che sopravvive nel presente, il passato che ci portiamo dietro nel futuro.
Lo strillo del treno ci risuona nelle orecchie, un rumore crudele e perforante. La vita è delusione, vero?
Voglio che tu sia felice.
E poi la scena di colpo finisce.

Paul Auster, Man in the Dark
[Traduzione di Annie and the cherry]



sabato 2 marzo 2013

Auster, Man in the Dark


Dov’ero rimasto? Owen Brick… Owen Brick che cammina per le strade della città. L’aria fredda, la confusione, la seconda guerra civile in America. Preludio di qualcosa, ma prima di pensare a che ne sarà del mio mago disorientato, ho bisogno di un po’ di tempo per riflettere su Katya e i film, perché non riesco ancora a decidere se questa cosa è un bene o un male. Quando ha iniziato a ordinare DVD su internet, l’ho preso come un segnale di progresso, un piccolo passo nella direzione giusta. Se non altro, era per me una prova che lei voleva distrarsi, pensare ad altro che non fosse il suo defunto Titus. È una studentessa di cinematografia, dopo tutto, che si prepara a diventare addetta al montaggio, e quando i DVD hanno iniziato a invadere casa, mi sono chiesto se non stesse pensando di tornare a scuola o, se non proprio a scuola, di migliorare la sua istruzione per conto suo. Dopo un po’, tuttavia, ho iniziato a considerare l’ossessione dei film come una forma di automedicazione, una medicina omeopatica che le anestetizzasse il bisogno di pesare al futuro. Rifugiarsi in un film non è come rifugiarsi in un libro. I libri ti obbligano a dare qualcosa in cambio, a esercitare l’intelligenza e l’immaginazione, mentre puoi guardare un film – e persino godertelo – in uno stato di passività distratta. Con questo non voglio dire che Katya sia diventata una pietra. Lei sorride e a volte emette persino una risatina durante le scene divertenti delle commedie, e i suoi condotti lacrimali sono stati spesso attivi durante le scene commoventi dei film drammatici. Si tratta piuttosto della sua postura, penso, il modo in cui si lascia scivolare sul divano con i piedi appoggiati al tavolino, senza muoversi per ore, rifiutandosi di cambiare posizione anche solo per rispondere al telefono, mostrando quasi nessun segno di vita tranne quando la tocco. Probabilmente è colpa mia. L’ho incoraggiata a condurre questa esistenza piatta, e forse dovrei mettere fine a questa storia – ma dubito che mi ascolterebbe se ci provassi.

Paul Auster, Man in the Dark
[Traduzione di Annie and the cherry]


domenica 27 gennaio 2013

Calvino, Le città invisibili #2


A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.

domenica 13 gennaio 2013

Calvino, Le città invisibili

       Marco Polo immaginava di rispondere (o Kublai immaginava la sua risposta) che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.
A questo punto Kublai Kan l’interrompeva o immaginava di interromperlo, o Marco Polo immaginava d’essere interrotto, con una domanda come: -Avanzi col capo voltato sempre all’indietro? – oppure: - Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? – o meglio: - Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?
Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
-Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: - Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: - L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

Italo Calvino, Le città invsibili

[Così come il Kublai Kan che, seduto nella sua reggia, ascolta attento i racconti di Marco, mi lascio trasportare anch'io fuori dai confini del mio mondo conosciuto e immagino città e viaggi, incredibili e belli.]

domenica 9 dicembre 2012

Benni, Saltatempo #2

Papà mi raccontò che la notte prima c'era stato un delitto, il primo delitto del paese dopo la guerra. Favilla il fabbro era impazzito, aveva ucciso la moglie con una ficilata e si era sparato in bocca. Senza motivo, dicevano, ma non era vero. Gli usurai lo avevano rovinato. Si era indebitato per aprire un negozio di ferramenta, e non ne veniva più fuori.
- Chi sono gli usurai - dissi - e chi vende droga in paese?
- Te lo dirò solo quando sono sicuro - disse papà - l'unica cosa di cui sono certo è che i soldi sono diventati diversi, non sono più qualcosa che tieni in tasca per comprare quello di cui hai bisogno. Sono dei macigni, che calano sulla testa della gente e la stordiscono, nessono più dice che gli sta andando bene, tutti sono scontenti, i soldi non bastano mai.

Stefano Benni, Saltatempo

[Un altro brano tratto dal romanzo Saltatempo, dove il cancro della modernità contagia la genuinità della vita di paese. Ambientata più di mezzo secolo fa, la storia è di stupefacente attualità. Lettura consigliata!]

domenica 2 dicembre 2012

Benni, Saltatempo

Mi sento stanco, la pesca all'acquadella è impegnativa, non come la corrida ma quasi. Mi sdraio sui sassi e metto i piedi nella corrente. Sento che qualcosa sta succedendo, il fiume ha ripreso a scorrere, forse non sarà come prima, ma ci riproverà, i pesci torneranno, forse le ruspe smetteranno di scavare e rubar ghiaia. Le cose muoiono: questa è la prima cosa che non puoi cancellare, una volta che l'hai davvero scoperta. Le cose guariscono, le cose ricominciano, le cose tornano. Questa è una cosa bella da tenere in testa, ma non la puoi avere sempre, la speranza fa il gioco del sole nel bosco, sparisce, riappare un attimo, poi di nuovo è ombra e scuro.

Stefano Benni, Saltatempo
 

[Consiglio a tutti la storia di Saltatempo, un ragazzino un po' strano forse, ma con un dono prezioso. Coinvolgente e pieno di sentimento, il romanzo sa strappare più di un sorriso. In perfetto stile Benni.]


 

domenica 4 novembre 2012

La bambola, Daphne du Maurier

E non inganno che me stesso quando dico che lei sarebbe venuta da me. Non la seguii perché sapevo che non vi era speranza. Non mi avrebbe mai amato - e mai amerà qualcuno.
A volte mi capita di pensarci in modo spassionato e provo pietà per lei. Manca così tanto - così tanto - e nessuno saprà mai la verità. Com'era la sua vita prima che la conoscessi, com'è ora?
Rebecca - Rebecca, quando penso a voi, il volto pallido e serio, i grandi occhi fanatici da santa, la bocca sottile a nascondere i denti, aguzzi e bianchi come l'avorio, e l'aureola di capelli selvaggi, elettrici, scuri, fuori controllo - mai è esistita qualcuna di più bella. Chi potrà conoscere il vostro cuore, chi la vostra mente?
Intensa, compunta, senz'anima; sì, dovete certo essere senz'anima per aver fatto quel che avete fatto. Possedete quel dono fatale che è il silenzio - quel severo contegno che suggerisce un fuoco nascosto - un fuoco che brucia implacato. Cosa non ho fatto con voi nei miei sogni, Rebecca?
Sareste fatale a ogni uomo. Una scintilla che s'accende ma non bruccia, una fiamma che ravviva altre fiamme.
Cosa amavo in voi se non l'indifferenza e quel che essa cela?
Vi amai troppo, vi volli troppo, provavo per voi un affetto troppo grande. E ora tutto ciò è come una radice contorta che affonda nel mio cuore, un veleno mortale per la mia mente. Mi avete reso folle. Mi pervadete di un tale orrore, di un odio devastante che è simile all'amore - una fame che è nausea. Se solo riuscissi a essere calmo e lucido per un istante - un istante solo...

[Traduzione di Annie and the cherry(c), brano tratto da The Doll, racconto dell'orrore di Daphne du Maurier che potete leggere qui]

Claude Buck, Seated Woman with Violin.

mercoledì 31 ottobre 2012

Night of Horror


Last night I dreamt I went to Manderley again. It seemed to me I stood by the iron gate leading to the drive, and for a while I could not enter, for the way was barred to me. There was a padlock and chain upon the gate. I called in my dream to the lodge-keeper, and had no answer, and peering closer through the rusted spokes of the gate I saw that the lodge was uninhabited. No smoke came from the chimney, and the little lattice windows gaped forlorn. Then, like all dreamers, I was possessed of a sudden with supernatural powers and passed like a spirit through the barrier before me. The drive wound away in front of me, twisting and turning as it had always done, but as I advanced I was aware that a change had come upon it; it was narrow and unkempt, not the drive that we had known. At first I was puzzled and did not understand, and it was only when I bent my head to avoid the low swinging branch of a tree that I realized what had happened. Nature had come into her own again and, little by little, in her stealthy, insidious way had encroached upon the drive with long, tenacious fingers. The woods, always a menace even in the past, had triumphed in the end. They crowded, dark and uncontrolled, to the borders of the drive. The beeches with white, naked limbs leant close to one another, their branches intermingled in a strange embrace, making a vault above my head like the archway of a church. And there were other trees as well, trees that I did not recognize, squat oaks and tortured elms that straggled cheek by jowl with the beeches, and had thrust themselves out of the quiet earth, along with monster shrubs and plants, none of which I remembered. The drive was a ribbon now, a thread of its former self, with gravel surface gone, and choked with grass and moss. The trees had thrown out low branches, making an impediment to progress; the gnarled roots looked like skeleton claws. Scattered here and again amongst this jungle growth I would recognize shrubs that had been landmarks in our time, things of culture and grace, hydrangeas whose blue heads had been famous. No hand had checked their progress, and they had gone native now, rearing to monster height without a bloom, black and ugly as the nameless parasites that grew beside them. On and on, now east now west, wound the poor thread that once had been our drive. Sometimes I thought it lost, but it appeared again, beneath a fallen tree perhaps, or struggling on the other side of a muddied ditch created by the winter rains. I had not thought the way so long. Surely the miles had multiplied, even as the trees had done, and this path led but to a labyrinth, some choked wilderness, and not to the house at all. I came upon it suddenly; the approach masked by the unnatural growth of a vast shrub that spread in all directions, and I stood, my heart thumping in my breast, the strange prick of tears behind my eyes.


[Daphne Du Maurier, Rebecca]